messaggio da "il messaggero"
di Marco Molendini
ROMA – E’ qui la festa evolutiva? Su quel palco luccicante dove Lorenzo Jovanotti espone tutte le sue ambizioni? Dove canta e suona con quei suoi pantaloni a zompafosso e le scarpe di strass (che dice di aver copiato da Sammy Davis), dove recita il lungo rosario delle sue canzoni, dove fa sfoggio di una energia invidiabile (corre, salta, danza per due ore e mezza), dove ammonisce («ragazzi non fatevi fregare»), dove non si fa pregare per ricordare le sue origini romane («è bellissimo, è un sogno per me stare qui stasera») andando anche alla ricerca di eventuali vecchi compagni di scuola («c’è qualcuno del Malpighi?»), dove imbastisce un baccanale ritmico e visivo che è la cosa migliore che abbia fatto negli ultimi 45 anni, cioè da quando è nato.
Non c’è dubbio, la festa c’è e si sente. E’ la festa di un giovanotto che ha la testa dura e la voglia di crescere e ha imparato tutto quello che c’era da imparare, mettendolo al servizio di una curiosità e di una straordinaria disponibilità ad apprendere e a gestire tutto ciò che ha messo insieme. Il suo è un gran spettacolo che mescola tutto, passato e futuro, pop, rock, technodisco e musica del mondo, elettronico e acustico. Penso positivo e Fango, L’ombelico del mondo e Mi fido di te. Sul palco è scatenato Lorenzo e fa tutto il possibile, canta e balla (come balla lui), suona la batteria, si fa avvolgere da una ragnatela laser, cita su quel magico schermo che arreda il palco il poeta Ungaretti («Ricorderai d’avermi atteso tanto e avrai negli occhi un rapido sorriso» sia pure con un piccolo errore, il verso originale parla di sospiro, non sorriso), si fa fare da apripista da Piero Angela (visto che si parla di evoluzione, un po’ di Superquark ci sta bene), si cambia ripetutamente, si veste di tricolore (per cantare Io danzo), fa caciara, confessa «è questa la vita che sognavo da bambino» (come canta in Megamix) e da bambino si mette anche in mostra, in un vecchio super8 trovato fra i ricordi di casa.
L'Olimpico diventa casa sua, una discoteca popolata dalla «bella Italia» (così ha definito il suo pubblico) con ventimila a ballare (peccato il suono distorto da quella maledetta tettoia dello stadio), l’occasione per mettere in piazza buona parte del nuovo disco, Ora (è terzo nelle vendite), che fa il suo gran figurone quando accende lo stadio (come nell’avvio tutto techno con Megamix, Falla girare, La porta è aperta). Quanto al repertorio storico viene rivissuto, corretto (Penso positivo è a un ritmo incandescente, L’ombelico diventa una festa di ritmi), citato (perfino le antiche Il capo della banda e Non m’annoio) aggiungendo tutto ciò che in questi anni ha imparato (per esempio a cantare la bella serie di ballad che ha in repertorio come Mi fido di te, A te). E non è poco, a cominciare dal gusto di scoprire le cose nuove e fresche, come la scelta di chiamare per aprire la serata il giovane talento brasiliano Maria Gadù, che l’altra sera aveva suonato a Villa Ada. Stasera con Lorenzo è di nuovo festa all’Olimpico, sempre alla Curva nord, nuovo luogo della musica allo stadio.
(ph by leandr mauel emede)



































